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NUOVI ORIZZONTI

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L’uomo suonava il pianoforte per ore ogni giorno. Apriva uno spartito e leggeva le note a prima vista come si legge un libro. Lui e il suo Bösendorfer erano inseparabili. Persino quando giovanissimo era partito per l’Eritrea, allora colonia italiana, il suo fedele strumento l’aveva accompagnato.

Quando acquistava una casa, il primo ad entrare era il pianoforte sul quale le dita dell’uomo sarebbero corse veloci mentre lui, immerso in virtuosi improvvisi come in lenti adagi, si sarebbe inebriato di un dolcissimo nettare.

Un mattino, mentre si deliziava con un notturno di Chopin, all’improvviso si bloccò. Scosse le dita energicamente e ricominciò. Nuovamente si interruppe. Fece una smorfia di insofferenza e sbatté ancora le mani come si scuote un cencio. L’uomo non capiva perché le sue dita si comportassero da scolarette disubbidienti ma, come poi venne a sapere, quelle erano le prime avvisaglie del Parkinson.

Piangendo sangue, decise di non suonare più.

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Mia madre amava andare in Toscana per alloggiare in una casa immersa nel silenzio di una pineta; mentre era là non aveva l’abitudine di telefonare a nessuno e, quando la si cercava, era spesso sbrigativa perché impegnata in faccende pratiche o in letture spirituali.

Un giorno la chiamai e, alla mia domanda se non si sentisse sola, rispose: «Sola? Non lo sono mai. Ho il mio Signore sempre con me». La risposta mi lasciò perplessa e mi ci vollero anni per afferrarne il significato profondo. 

Successe quando incontrai persone che, a differenza sua, soffrivano la solitudine. Nelle loro abitazioni avvertivo una morsa dolorosa che mi svuotava; era una sorta di tacere assoluto che rendeva l’aria opprimente nonostante lo stereo o il televisore fossero accesi.

Erano, queste case, voragini energetiche che amplificavano un’assenza. Le percepivo come covi di bisogni e, i loro abitanti, come prede di una sete ‘indissetabile’ che li costringeva a cercare di continuo distrazioni, per sedare l’intimo e riarso baratro interiore che li consumava. 

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A 30 anni Aldo non sa ancora cosa fare della propria vita, e nemmeno lo vuole sapere. Ha frequentato la facoltà di giurisprudenza preparandosi con scrupolo ad ogni esame, ma non riuscendo mai a sostenerne uno giacché, il giorno della prova, veniva sopraffatto dal panico e non si presentava.

Passato quel momento, iniziava a studiare un’altra materia e così via, per sei anni. Un avvocato, amico di famiglia, lo invitò a fare pratica nel suo studio. Aldo accettò e, grazie alla sua preparazione, si ritrovò via via ad occuparsi di cause sempre più importanti. Fino al giorno del colloquio.

Quella mattina l’avvocato lo convocò nel suo studio: «Aldo, è un anno e mezzo che fai praticantato qui ma, adesso, sei un avvocato a tutti gli effetti. E di quelli in gamba. Sarei felice di averti con me a tempo indeterminato». Il volto di Aldo si illuminò in un sorriso. L’uomo continuò: «Però devi laurearti. Con la preparazione che hai, puoi sostenere gli esami a tempo record e, se vuoi, nel frattempo, puoi continuare a collaborare con noi».

Aldo ringraziò per la proposta e disse che ci avrebbe pensato. Da quel giorno non si presentò più allo studio ed evitò di rispondere alle telefonate dell’avvocato.

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Ci sono persone che sono in questo mondo, ma non sono di questo mondo. Quando le si incontra ce ne si accorge indugiando per qualche secondo nel loro sguardo. Quel che si percepisce è una melodia gentile, discreta, compassionevole, silenziosa, che manifesta le molteplici sfumature dell’Amore.

Tu, Umberto, eri e sei Amore. Scrivo di te al presente perché chi ama ha vinto la morte e i 36 anni del passaggio terreno di un Angelo, sono un magnifica testimonianza per noi che siamo ancora qui a giocarci la partita.

Mi chiedo come ti sia trovato tu, Essere di Luce, sul nostro Pianeta.

Ti osservo: non sprechi parole, fai il tuo dovere con il sorriso e conosci solo il linguaggio del cuore, quello che arriva immediato a tutti gli altri cuori. Non solo. Ricevi favori senza mai importi e, irradiando il tuo splendore, conquisti il prossimo con il silenzio e la pace che la tua presenza emana.

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Era la sera dell’11 settembre. E Benedetta stava imprecando. In quel momento di scoramento totale ce l’aveva con tutto, persino con il suo nome che sembrava una beffa:

“Come si fa a dare un nome del genere a una che alle benedizioni nemmeno ci crede? - pensava -  I miei ci hanno provato a farmi diventare una cattolica credente, ma quel che mi è rimasto è solo il ricordo di Gesù e di sua madre come personaggi storici realmente esistiti».

Benedetta, quel giorno, era crollata e non si dava pace per le ingiustizie che la vita sfornava per lei con implacabile fantasia e che, quell’11 settembre, avevano preso la forma di una tragedia familiare. Donna concreta e razionale, non credeva né ai santi, né ai miracoli, ma solo nelle azioni che ognuno può compiere per migliorare la propria condizione.

Seduta sul letto davanti alla televisione, si era abbandonata allo sconforto, condizione per lei rara. Nella testa un chiodo fisso: il baratro nel quale suo figlio era precipitato.

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