È una storia che mi è rimasta dentro, quella di Omar. Forse perché la sua vicenda non è diversa da quanto succede a noi quando consumiamo il tempo senza ascoltarci nel profondo. O forse perché la sveglia dell’anima, prima o poi, si accende. Per tutti.
A Omar il primo «Drinn» è arrivato a quarant’anni, dopo aver rigato dritto lungo i binari di un quadretto matrimoniale regolare, ma privo di amore, e di un lavoro redditizio, ma non appassionante, nell’azienda di famiglia.
Il suo trillo è stato un’inquietudine interiore che l’ha portato, per la prima volta, a un corso di “Guarigione Pranica” a Roma.
Al seminario Omar si sente male. Corre in Pronto Soccorso. La diagnosi è un altro «Drinn», stavolta ad alto volume: cancro diffuso in tutto il corpo, ossa comprese. L’unica spiaggia è la terapia del dolore per affrontare un tempo che ha i mesi contati.
Omar rifiuta il ricovero, si imbottisce di antidolorifici, inforca la moto e torna al Nord. Non rivela il verdetto a nessuno.
















