Ha le foglie chine, spossate dall’estate focosa, la pianta di basilico. Mi precipito con l’annaffiatoio e la bagno, annegandola, quasi fosse un incendio da domare. E se fosse la «sindrome del pompiere» a scatenare in me l’urgenza di estinguere le fiamme, anche dove c’è solo una candelina di compleanno?
Mi chiedo: quante volte ci muoviamo nel mondo con riserve d’acqua pronte a dissetare le aridità altrui o con bastoni per sostenere gli arbusti più fragili? Lo chiamiamo altruismo, dedizione;
e se dietro questa spinta a riparare il mondo si celasse un programma inconscio che ci sussurra: «Se salvo gli altri avrò valore. Se sono utile sarò amato. Se smetto di aiutare perderò l’amore»?
Chi indossa questa armatura di cristallo si riconosce subito. È l’amico al quale rivolgersi per qualsiasi necessità, colui che dice sempre «sì» con il sorriso, mentre dentro sta perdendo pezzi di sé.
Il meccanismo profondo che guida le sue scelte, infatti, contiene la ferita nascosta, inferta dalle equazioni assorbite nell’infanzia, magari osservando le fatiche di una madre o la fragilità di un padre:
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