È la distrazione che mi colpisce. Quella che diventa fuga. Succede di continuo, come se la vita fosse un incessante allontanarsi da ciò che accade.
Come se mancasse sempre qualcosa e noi non ci stanchissimo di inseguire quella mancanza senza accorgerci che il riempire un’assenza, può solo originarne un’altra.
È stato Giorgio a farmici riflettere mostrandomi altresì come la sofferenza possa aprire un varco nella nebbia delle nostre radicate, inconsapevoli, convinzioni.
«Continuavo a scappare riempiendomi di cose da fare e di persone da frequentare - dice Giorgio sprofondato nella sua poltrona di pelle rossa - una vita piena, la mia, ma di rimbalzi da una situazione all’altra, da una donna all’altra, come una biglia che gira all’impazzata pur di evitare l’incontro con se stessa».
«Qualcosa ha funzionato? Voglio dire: sei mai stato felice?» chiedo.
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