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Il blog felice
Der Blog vom Glück
The happy blog

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Questa non è solo una storia vera narrata con compostezza e nobiltà d’animo da una madre. Questo è anche il viaggio di rinascita di una figlia, Maria Beatrice, alla quale una voce interiore impone di non mangiare.

«Io credo, mamma, che dopotutto tredici anni siano sufficienti per aver vissuto. Così mi disse una sera, al tavolo della cucina, calma, pacata, lucida. Mi si gelò il cuore. Lo aveva detto con rassegnazione» scrive Arianna Gnutti nel libro «Se bastasse l’amore (Piemme).

Poche ore dopo, ambulanza, Pronto Soccorso Pediatrico e ancora rifiuto di ricovero nonostante Maria Beatrice, affetta da anoressia nervosa, sia scheletrica e con il cuore che fatica a battere.

L’ultimatum al destino arriva per mano di Arianna la sera del 25 gennaio 2021: «La fotografai e inviai l’immagine alla sua psicoterapeuta scrivendo: Mia figlia sta morendo. Dobbiamo ricoverarla!»

Grazie all’intervento della professionista, le porte del reparto finalmente si aprirono.

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Giappone. Seconda Guerra Mondiale. Aveva dieci anni la piccola Megumi Takahashi quando suo padre partì per il fronte.

«La guerra si faceva un po’ alla volta sempre più violenta e brutale. Nel frattempo gli aerei americani avevano cominciato a sorvolare i cieli del Giappone (…) La guerra finì nell’agosto del 1945. Il Giappone era stato sconfitto. Anche se la guerra era ormai finita, il papà non era ritornato a casa. Era morto in guerra» racconta Megumi in «Ingerenza amorevole» (Stòrigami Editore).

«Megumi-chan, che era ancora piccola, non aveva capito bene cosa fosse veramente la guerra», ma sperava che il silenzio delle armi avrebbe portato il pane a lei e le sue due sorelline. Non successe. Nonostante il lavoro estenuante della madre e i debiti contratti per sfamarle, la fame restava un’ombra costante.


Un giorno un uomo fece irruzione in casa e, spingendo la donna a terra, urlò: «Se non mi restituisci i soldi, ti porto via tutto quello che hai». Le bimbe scoppiarono a piangere mentre l’uomo strappava dal dito della mamma l’anello ricordo di papà e loro «fissavano impotenti il volto pieno di lacrime della mamma. La cassettiera, i futon, le pentole e le ciotole, tutto era sparito». Svuotate le stanze, l’individuo se ne andò.


Rimaste sole tra le mura spoglie, la madre, sfinita dalla disperazione, mormorò alle figlie:

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Loro sono lì, nel ventre rigonfio di nuova vita. Sono due e chiacchierano.

Un feto chiede all'altro: «Tu credi nella vita dopo il parto?»

Risposta: «Deve pur esserci qualcosa dopo la nascita; probabilmente siamo qui a prepararci per quello che ci sarà dopo».

«Stupidaggini - ribatte il primo - Non c'è vita dopo la nascita. Che tipo di vita sarebbe?»

Il secondo: «Non so, ma ci sarà più luce di dove siamo ora. Forse cammineremo con le nostre gambe e mangeremo con la bocca. Probabilmente avremo altre sensazioni che adesso non possiamo capire».

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È una ragazza olandese di ventisette anni, Etty, è laureata in legge e ha la stessa inquietudine che abbiamo io e te quando tutto va apparentemente bene, ma dentro non ci sentiamo mai sazi.

«Voglio qualcosa e non so che cosa - scrive Etty - Sento una grandissima irrequietezza e ansia di ricerca, tutto è in tensione nella mia testa. Sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato.

A volte mi sento proprio come una pattumiera; sono così torbida, piena di vanità, irrisolutezza, senso di inferiorità. Ma in me c’è anche onestà e un desiderio appassionato, quasi elementare, di chiarezza e di armonia tra esterno e interno».

Etty è come noi, un garbuglio inquieto di sentimenti, fino all’incontro con Julius Spier, un allievo di Jung che le dischiude il tesoro della spiritualità e della fede. Il gomitolo si dipana.

Etty ha ventotto anni. È il 1942. I nazisti occupano l’Olanda. Lei, ebrea, è in pericolo. Gli amici le offrono nascondigli e vie di fuga, ma Etty reagisce in modo assurdo facendosi assistente volontaria a Westerbork, il campo di transito dal quale partono i treni per Auschwitz. 

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Il giorno concordato è arrivato. Passi lenti escono dai portoni, il silenzio è rotto solo dal lieve scricchiolio del gelo che ricopre le vie di Presegno (Lavenone), un pugno di case strette in un abbraccio senza tempo a quasi mille metri di altitudine, dove tradizione e rispetto per madre natura si fondono custoditi da un microcosmo di quattordici anime le cui esistenze si intrecciano fra balconcini di legno e case di pietra.

La piccola frazione, che si raggiunge fiancheggiando lungo una strada tortuosamente incantata il torrente Abbioccolo adorno di ponti romani e di una scultura a goccia sospesa sulla cascata, stamane si è svegliata avvolta da un manto di brina che ha dipinto il paesaggio con spruzzi cristallini di preziose trasparenze.

Gli abitanti si stropicciano gli occhi e subito alimentano la stufa per far gorgogliare il primo caffè di quel mattino che li vedrà addobbare il loro angolo di mondo in vista delle festività natalizie.

Non useranno plastica né altri elementi sintetici, ma materiali raccolti settimane prima nei prati e nei boschi. Tutto è pronto: abeti trovati già abbattuti, rami di pino, bastoncini di legno, cortecce, radici, bacche rosse di rosa canina e agrifoglio, edera, pigne.

Nove di mattino. Il bar trattoria della piazzetta si riempie, fra saluti e cappuccini bollenti, di un allegro chiacchiericcio.

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