C’è un vuoto profondo, in certi momenti. Assomiglia a un agguato. È allora che la nostra mano scivola per inerzia magnetica verso la superficie fredda dello smartphone. Pensiamo di cercare conforto; non sappiamo che, in realtà, siamo noi a essere cercati.
Da un’intervista che sa di profezia realizzata da Nicholas Thompson (allora direttore di Wired, celebre rivista di tecnologia), a Yuval Noah Harari, famoso storico e autore di bestseller, e a Tristan Harris, ex ingegnere di Google e critico della Silicon Valley, emerge il tracciato di una nuova, elegante schiavitù, e delle relative vie di fuga. 
«Quando hai due anni, tua madre sa di te più cose di quante tu ne sappia di te stesso. Crescendo inizi a capire cose sulla tua mente che persino lei non sa. Ma poi - afferma Harari - un altro concorrente entra in gara: è una multinazionale o un governo. Ti insegue. Ha già superato di molto tua madre. Ti sta addosso».
È così che ci ritroviamo con la porta della nostra mente, quella che avevamo chiuso a chiave per assicurarci il nostro diritto al mistero, forzata dalla carezza seducente di un algoritmo.
«Amazon prevederà il nostro bisogno di lampadine un attimo prima che si fulminino. YouTube sa come tenerci incollati allo schermo anche quando vorremmo smettere» continua Harari.
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