Forse è perché ci si cresce, con un po’ di contrario dentro, che non lo si riconosce più come tale. Si inizia con le mezze bugie usate per addolcire i primi dolori della vita e si finisce con un carnevale quotidiano che, a furia di travestire il falso da vero,
infila l’indicibile verità sotto il tappeto rendendola come il pollo surgelato che il mio cane aveva rubato di notte dal lavandino, nascosto in cantina e poi dimenticato: il fetore di quel che si occulta, prima o poi, emerge sempre.
Sta di fatto che siamo così abituati alla menzogna camuffata da verità che quando è stata promulgata in Italia la legge sulla privacy, lì per lì non ci siamo accorti della fregatura; come avremmo potuto?
Privacy significa «riservatezza» e indica “quell’insieme di informazioni personali sulle quali desideriamo mantenere il riserbo, escludendone l’accesso ad altri (Treccani)“;
a nostra tutela veniva persino creata la figura del Garante della Privacy e quella che sembrava una buona notizia si è trasformata, oggi, nel personaggio il Grande Fratello del romanzo ‘di Orwell “1984” che, con le telecamere, sorveglia e reprime il libero arbitrio dei cittadini.
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