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Il blog felice
Der Blog vom Glück
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NUOVI ORIZZONTI

Inviato da il in NUOVI ORIZZONTI

Già lo sento, mi arriva di fronte, ma è come se la sua voce mi entrasse dalla nuca. È il Sig. An (Anno Nuovo) che parla. «E adesso? - chiede - Nata sei nata e pochi giorni fa, a Natale, rinata. Quanto tempo vuoi ancora sprecare?»

«Sprecare? Cosa intendi?» chiedo.

«Tu che dici?» Il tono perentorio di An mi riverbera dentro come un fastidio che mi segnala qualcosa che ho accantonato, un nodo da sciogliere. An mi fissa serio.

Non è il caso di imboccare la via di fuga delle battute, l’ho già fatto l’anno scorso e non l’ha presa bene.

Chiudo gli occhi e affondo in me. Sfoglio la sceneggiatura della mia storia e lascio che i dispiaceri affiorino. Compaiono volti maschili e femminili, ferite che ancora sanguinano e, in centro al petto, un groviglio non ancora dipanato.

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«La mamma se ne andò in uno stupendo pomeriggio fra le montagne di Cortina d’Ampezzo. Quel giorno lei cercò e aspettò me perché ricordava che quando la invitavo a meditare le dicevo: «Dài che ci alleniamo a morire“.

Lì per lì non reagiva proprio bene ma, via via il tempo passava e sorella morte la chiamava sempre più, quando mi vedeva, non potendo parlare, mi faceva un cenno che significava: andiamo ad allenarci.

Successe anche quel giorno; restammo soli per un’ora, io e lei, a godere dello spazio eterno fra i delicati respiri dello stato meditativo.

Alla fine colse, dopo un piccolissimo rantolo, il fiore del silenzio nella trascendenza e il suo volto si distese magnificamente nella bellezza che tutti ammiravano in lei. 

Per il suo funerale chiesi di evitare gli abiti scuri. Vicino alla chiesa un passante mi domandò: “È un matrimonio?” Risposi: “Sì, con l’infinito“. Poi vide la bara e scappò.

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«Avevo 4 anni quando mia madre entrò in ospedale. Ero preoccupato: per la prima volta sarebbe mancata da casa 14 giorni. L’intervento andò bene, ma lei si addormentò. Quel sonno, mi dissero, si chiamava coma.

Due anni dopo fu papà a darmi la notizia: “La mamma si è svegliata, corriamo da lei". Partimmo trepidanti ignari che il suo cervello avesse cancellato, oltre a noi, 10 anni di vita.

Mamma ci mise 2 inverni per tornare a una sorta di normalità e papà altri 2 per ammalarsi e morire». 

Ha 10 anni, Marco, la nuova sofferenza è un macigno immenso e in terza media, per sopportarlo, inizia a tagliarsi. L’ha visto fare ad alcuni ragazzi e gli hanno spiegato che quando ci si fa male tutto il resto sparisce: dolore scaccia dolore.

Ci prova. Funziona. Inizia a incidersi le braccia più volte al giorno, ne ha bisogno per sopravvivere. 

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«Uno sparviero così parlò all’usignolo dal variopinto collo mentre, avendolo ghermito con gli artigli, lo stava portando in alto, fra le nubi, e quello, trafitto dagli artigli ricurvi, pietosamente gemeva (…): A che ti lamenti, o infelice?

Ti tiene uno che è più forte; dove ti porto io, tu andrai (…), ti divorerò oppure ti libererò a mio piacere. Stolto è chi vuole combattere contro i più forti: non riporterà alcuna vittoria e, oltre al danno, subirà pure la beffa - racconta Esiodo nel poema Le Opere e i Giorni, VII secolo a.C e poi, rivolgendosi ai giudici -

O Perse, ascolta la giustizia e non alimentare la prepotenza; la prepotenza è dannosa all’uomo debole; nemmeno il grande facilmente la può sopportare, anzi egli stesso rimane oppresso e va incontro a sventure.

Migliore è l’altra strada, verso la giustizia: la giustizia al termine del suo corso vince la prepotenza, e solo soffrendo lo stolto impara».

Mentre uno dei più grandi poeti dell’antichità, raccontandoci il modello negativo di una società basata sull’ingiustizia e sulla legge del più forte, auspica per l’uomo un comportamento diverso da quello delle bestie, noi assistiamo al massacro dei nostri fratelli in nome di pretesti (camuffati da ragioni) costruiti a tavolino dalle fiere umane assetate solo di denaro e di potere. 

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Inviato da il in NUOVI ORIZZONTI

 

Possibile che un ventenne non trovi niente di interessante in sé da dover indossare l’abito dell’alterato per sentirsi qualcuno o, forse, per scomparire a se stesso?

Da cosa è fatto quel vuoto che il fumo, la droga, l’alcol riempiono?

A parte le cause patologiche o le fratture interiori laceranti che possono portare ad annebbiarsi per sopravvivere alle proprie disgrazie, di chi sono le responsabilità di questo dramma che non solo provoca tragedie stradali e morti innocenti, ma che indebolisce un’intera generazione? 

Avevo 25 anni quando sono stata con un gruppo di studenti nella DDR. Ricordo i nostri coetanei tedeschi, ubriachi già di pomeriggio, insultarci; nella Repubblica (per nulla) Democratica Tedesca l’alcol costava pochissimo, mentre il prezzo di un libro, in quanto bene di lusso, era alto.

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