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Il blog felice
Der Blog vom Glück
The happy blog

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PAROLE BELLE

Non so voi ma io, i regali, non li sopporto più. Intendiamoci, apprezzo l’intento di chi, per gratitudine o per celebrare una data speciale, si presenta con un pacchetto colorato, ma la domanda è: dov’è finita la spontaneità? Quella di quando, in un giorno qualsiasi, vedi qualcosa, pensi a qualcuno, prendi e consegni?

A proposito degli omaggi natalizi mi viene in mente Nick Biussy che paragona la spontaneità dei regali alle risate del pubblico quando compare il cartello «ridere». Ammettiamolo, spesso è così.

Per averne la conferma o la smentita, poniamoci qualche domanda prima di acquistare qualcosa: lo sto facendo perché ho una lista di persone che mi tocca accontentare perché se lo aspettano o non starebbe bene arrivare a mani vuote, o perché il mio cuore pregno d’amore cerca un modo per esprimersi indipendentemente dalle ricorrenze?

Personalmente adoro i cadeau che spuntano come funghi senza motivo apparente in un banale martedì e che si consumano e condividono magari con chi ce li offre:

una pietanza, una candela, un abbraccio, una chiacchierata, una serata a teatro, una passeggiata, una gita o un libro che ci fa viaggiare, emozionare, porci domande, trovare risposte;

i libri, fra l’altro, possono anche essere di seconda mano perché ciò che li rende unici non è il loro involucro ma il contenuto, proprio come ciò che rende esclusivi i nostri pacchetti non è il valore del pensiero incartato, ma l’intento del nostro cuore che quel presente ha generato.

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“Nei nostri momenti più bui non abbiamo bisogno di soluzioni o consigli. Ciò che desideriamo è semplicemente una connessione umana, una presenza tranquilla, un tocco delicato. Questi piccoli gesti sono le ancore che ci tengono fermi quando la vita esagera (Hemingway)”

«quindi vi prego, amici, non irrompete nella mia vita con la vostra voglia di tirarmi su. Non è di questo che ho bisogno. La bomba del dolore mi è scoppiata dentro distruggendo ossa e sogni. Sono tutto rotto. Non voglio essere aggiustato. Non voglio sentirvi dire che il tempo mi aiuterà perché l’esplosivo ha distrutto anche quello.

Prima sì esistevano i minuti, quelli che con lei riempivamo a volte con un sorriso, spesso litigando, ma che erano i nostri minuti, quelli che non ho più. Quindi, amici, vi prego, lasciatemi solo con lei.

Ricordi, cara, le nostre discussioni? 

Mi mancano anche quelle insieme ai tanti dettagli che sembravano insignificanti, come il profumo del tuo beverone a base di caffè di cicoria e latte di mandorla, io che cercavo di convertirti al caffè vero e tu?

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«Ogni storia si compone di tante tracce, infiniti fili che seguono sviluppi più o meno prevedibili. Dall’intreccio di questi fili può nascere un miscuglio informe e disordinato oppure un disegno dove ogni singolo elemento è al posto giusto (…)

A volte bisogna aspettare che tutti i fili si siano intrecciati per sciogliere i nodi e scoprire che quel percorso, per quanto accidentato, è perfetto così» scrive Federica Censi in “Quattro nodi da districare”.

Il problema è che quando tutti i fili si sono intrecciati, il garbuglio è talmente intricato da essere difficilmente scioglibile, il che ci porta spesso a delegare gli eventi della vita a scegliere per noi uno spostamento di focus che ci distragga o faccia uscire di scena.

In ogni caso l’appuntamento per affrancarci dall’auto-omertà nella quale ci siamo rintanati per mantenere, anche se stagnante, il nostro status quo, arriva. 

Per Luca, protagonista del libro della Censi, quel momento si concretizza per mano di una bimba: «Sapevo che prima o poi Sofia avrebbe chiesto di sapere la verità (…) quella verità con cui ancora non ero riuscito a fare pace.

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Lo so che non è facile accettare quel che ci accade soprattutto quando la vita è spietata e noi, travolti da tifoni fisici o emozionali, ci ritroviamo annientati. Paralizzati.

Spesso ci corazziamo appesantendo il nostro corpo di chili e cose da fare, o finendo per far pagare la nostra rabbia a chi non c’entra, ma ci è vicino.

Eppure ci siamo rinchiusi da soli fra le sbarre interiori del mal vivere ma, se ci accorgiamo del nostro stato di prigionia, da soli possiamo anche uscirne.

Nietzsche, con il suo «amor fati» (amore per il proprio destino), parla dell’importanza di accettare, finanche con gioia, quanto ci accade come se l’avessimo scelto, non quindi in forza della rassegnazione, ma della libertà di far splendere l’Oltreuomo (Übermensch), un individuo che ama eternamente la vita così com’è nel suo continuo ripetersi.

Secondo il filosofo tedesco, infatti, l’uomo che abbraccia l’amor fati attiva la propria potenza creativa trasmutando le crisi in opportunità e lo può fare perché è libero di fidarsi e, qualsiasi cosa accada, di dire: «Questo è ciò che mi serve».

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Ti leggo l'articolo (vai in fondo)

Alla festa della scuola intervenne il padre di un ragazzo con disabilità fisiche e mentali. Iniziò interrogandosi sull’ordine e sull’armonia che si manifestano in natura quando nessuno ne disturba l’equilibrio e, traslando poi sul figlio, si chiese: «Herbert non impara come gli altri. Non capisce come loro. Dove si trova l’ordine naturale delle cose nel suo caso?». Il silenzio calò sulla platea.

L’uomo proseguì: «Quando nasce un bambino come Herbert, il mondo riceve una rara opportunità: quella di mostrare la vera essenza dell’animo umano che si rivela nel modo in cui gli altri accolgono e trattano la diversità».

L’uomo continua raccontando sul web un episodio indimenticabile: «Era estate. Stavo passeggiando con Herbert vicino a un campo dove alcuni ragazzi giocavano a calcio. Herbert mi chiese: secondo te mi farebbero giocare con loro?».

Fu un attimo. Nel padre si accese una speranza talmente coraggiosa da farlo dirigere subito verso uno dei giocatori per porre la domanda. «Il ragazzo guardò gli amici, esitò, poi disse: stiamo perdendo tre a zero, mancano dieci minuti alla fine. Va bene, può unirsi a noi. Gli faremo tirare un rigore».

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