Bianca Brotto

Diffondiamo Bellezza

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biancabrotto

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Amo la vita, sempre, anche quando non la capisco, anche quando soffro, ancor di più quando esplodo di gioia; trovo sia un’avventura straordinaria che si rinnova ogni giorno, al sorgere del sole.


Suono di rado, ma con amore, il pianoforte e canto mentre guido. Non ho tempo per le frequentazioni sterili, ma non guardo l’orologio quando un amico ha bisogno di me; l’amicizia è un dono meraviglioso e mi ha salvato la vita.

Mi piace leggere, lasciarmi rapire dai notturni di Chopin e riempirmi con un bel film.


Adoro il fuoco, la fiamma viva, il calore che mi trasmette. Amo viaggiare e vivere le emozioni della natura, dell’arte e degli incontri inattesi. Quando posso fuggo all’isola d’Elba dove, nell’incedere lento e potente del mare, mi rigenero.



Non mi annoio mai, trovo che il semplice esistere nel presente sia entusiasmante.

Inviato da il in VIVERE CON PASSIONE

È il cappellino rosa a forma di barchetta ingentilita che balza all’occhio avvicinandosi al primo tavolo del ristorante a bordo lago. I commensali, distribuiti attorno alla circonferenza immacolata della tovaglia di lino, stanno attingendo a generosi vassoi di antipasti.

Ada si sporge all’indietro e, appoggiandosi alle spalle del marito, chiama sua cugina Giulia che è seduta un posto oltre lei. «Finalmente ci vediamo - esclama - ciao». Giulia ricambia il saluto. «Ti trovo proprio bene - frizza Ada - sei ingrassata».

«Tante grazie!» ribatte scocciata Giulia che, senza troppo dare nell’occhio, si alza e raggiunge il tavolo a fianco dove zia Carla sta borbottando a zia Bruna di quel cappellino rosa che proprio non si può vedere, «tipico gusto americano e poi ha sbagliato il colore del rossetto che tira all’arancione; le americane non sanno cosa sia il buon gusto e pretendono di insegnarlo a noialtre».

Giulia ha sentito abbastanza e, sfiorando le velette delle zie, si sposta all’altro tavolo dove il cugino di Roma sta parlando del parente seduto vicino al banco bar che «quarant’anni fa ha venduto i titoli per comprare casa alla badante fregandosene dei figli». Giulia procede oltre dirigendosi verso i nonni. 

Nonna Gilda ha appena fatto scorta nel piatto di gamberetti e, dopo averne messo in bocca uno e aver esclamato quanto disgustoso sia, li sta offrendo alla consuocera che risponde: «Grazie tante, tieniteli pure».

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Sono attratta dalla donna seduta sulla panchina del lungolago. L’espressione del suo viso è serafica. Ha una mano in tasca e osserva un gelsomino fiorito intrecciato ad un tralcio di rose gialle.

Prendo posto sull’altro lato della panchina. Scorrono lenti alcuni minuti, alla fine volgo lo sguardo verso di lei sperando non se ne accorga. Se ne accorge e subito mi saluta.

«Ha sentito che profumo?» dice. 

Certo che l’ho sentito, sto respirando anch’io quell’effluvio delizioso, ma è la sua serenità che più di ogni altra cosa respiro e, racconta di qui, racconta di là, alla fine confesso:

«Lei emana una sconfinata pace. È per questo che mi sono avvicinata. Sulle prime non capivo cosa fosse ma poi qui, seduta in silenzio vicino a lei, ho colto un benessere profondo e mi sono chiesta: c’è una strada che porta a questa pace o è una condizione personale sua da sempre?» 

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Australia. «Sono un emigrato greco di 27 anni con moglie e figlie piccole. Sono stato assunto in Qantas come impiegato per mansioni di poco conto e di sera lavoro come cameriere. Non ho potuto fare grandi studi, ma mi considero fortunato per non essermi dovuto liberare di troppa zavorra intellettuale.

Di notte divoro libri di diritto, contabilità e statistica (mi sono iscritto all’università), ma sento altresì il bisogno di nutrirmi della voce dell’età classica, quella di generazioni di saggi e giganti del pensiero che forgiarono le idee più audaci che, attraverso l’oceano del tempo, sono arrivate fino a noi. T

uttavia, nonostante le centinaia di pagine lette, comprendo come queste mi abbiano sì descritto una canna da pesca, ma non insegnato a pescare».

1973. Prima lezione di pesca: riunione generale dei dipendenti Qantas. «Il direttore, che vedo come un astro lontano e irraggiungibile, cerca un volontario che, extra orario lavoro, si dedichi a informatizzare la compagnia.

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Inviato da il in NUOVI ORIZZONTI

 

«Come è emerso in me il pensiero fisso che la vita fosse uno schifo, me lo ricordo benissimo. Era la vigilia di Natale del 1986 e, chiuso in camera mia, stavo ascoltando musica heavy metal a tutto volume. Nonostante fossi giovanissimo, la mia esistenza si riempiva di alcol, droga e gruppi Rock inneggianti alle tenebre e alla ribellione.

Il mio idolo era Tommy Kiefer, il chitarrista dei Krokus. Tommy aveva fama, soldi, avventure e migliaia di fan, lui sì che era felice. Io, invece, mi sentivo vuoto e aggiungevo alle droghe leggere quelle più pesanti nel tentativo di placare la voragine interiore che, inesorabilmente, si ingrandiva.

Ma un orizzonte l’avevo: Tommy. Fino a quel mercoledì di dicembre quando il mio “dio rock star” si suicidò uccidendo in me la convinzione che, per star bene, bastasse diventare come lui.

Il pensiero che non valesse la pena vivere e che l’unica soluzione fosse farla finita, iniziò a impossessarsi di me.

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«Sono nato a Cremona il 17 marzo 1993, figlio di uno sbaglio e di un grande amore. Sono cresciuto con i nonni che mi hanno insegnato la compassione e a mangiare la frutta.

La mia infanzia profuma di biscotti, pesche e piedi nudi d’estate. Sono un bambino felice e solitario. Leggo libri e sospiro sempre per la ragazza sbagliata. Poi sono adolescente, non ho un rapporto con mio padre, infrango ogni regola e disdegno lo studio accademico.

Continuo a leggere, però, e continuo a inseguire la ragazza sbagliata. Ho diciott’anni e mi sento vecchio. Fallisco, ancora e ancora. “Finirai per inscatolare merendine in fabbrica” dicono i miei insegnanti.

La ragazza sbagliata, dopo tanto sospirare, mi fa un grande favore spezzandomi il cuore in un milione di piccoli pezzi.

“Questa società è profondamente sbagliata - penso - Abbiamo tutti rinunciato ai nostri sogni e ci va bene accontentarci e scegliere un dolore facile anziché un’impervia vittoria”. 

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Sarà una giornata memorabile, quella del 4 giugno, non solo per via dei canti e delle risate, ma perché sanciremo la fine del periodo buio del Covid trasmutando il distanziamento in una catena umana di rara bellezza;

la cordata di pezze multicolori e braccia tese, lunga circa 80 chilometri (50 miglia), inizierà contemporaneamente dalla Piazza Vecchia di Bergamo e dalla Piazza Loggia di Brescia e ci vedrà disposti, uno accanto all’altro, intervallati da 40000 strisce di maglia fatte a mano.

Alle 11 la linea di fili e sorrisi si unirà sul ponte tra Sarnico e Paratico, confine delle 2 province, per 10 eterni minuti che decreteranno la fine del ricordo di queste città come teatri del dramma Covid, e onoreranno il loro essere Capitali italiane della Cultura 2023, una cultura deputata alla formazione dell'individuo sul piano intellettuale e morale, ma anche dell'acquisizione della consapevolezza del suo ruolo nella società.

Quale ruolo? 

Guardiamo gli animali: in assenza del telaio dove raccogliere il miele, queste api hanno costruito la loro architettura con un disegno (vedi foto) che consente alla ventilazione di mantenere stabile la temperatura.

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Inviato da il in DIFFONDERE IL BENE

«Ti ho già trattato alcune volte e non dovrebbe più farti male, questo ginocchio. Il dolore - spiega Girolamo Tonoli, un abile ‘meccanico del corpo’ - è come un sensore che si accende sul cruscotto dell’auto e che ti dice dove intervenire.

Prendi, ad esempio, il mal di schiena lombare: se il problema non è da innervazione, spesso è viscerale (sulla schiena si appoggiano le viscere), e va fatto un lavoro di pulizia degli organi (intestino, fegato, reni) oltre che di manipolazione muscolare sulla gamba lungo la catena posteriore.

Ma tutto questo potrebbe non bastare: se la spia dell’olio si è accesa perché il serbatoio è buco, non risolvi aggiungendo olio, cioè lavorando sul corpo, ma intervenendo sulla problematica sottostante.

Tornando al tuo ginocchio: cosa impedisce la risoluzione del dolore? Vuoi provare a capire qual è la causa profonda che, a livello mentale o emozionale, blocca la tua guarigione?» 

Don Aldo acconsente e, grazie all’approccio chinesiologico del test muscolare, emerge il suo non riuscire a passare oltre qualcosa. Aldo è scosso da un tumulto interiore: è proprio così.

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Non si era iscritta all’università di Torino per prepararsi ad una professione, Ilona. La ragazza dai lunghi capelli scuri aveva un’idea che le avrebbe garantito un’ottima resa economica con il minimo sforzo cerebrale.

Il fatto, poi, che negli anni ’80 non esistessero i test, facilitava l’accesso agli atenei anche ai giovani animati da scopi tattici più che culturali. Ilona, nello specifico, si era iscritta all’università di Torino con l’unico obiettivo di sposare un farmacista mettendo a frutto i propri talenti quali impegno, perseveranza e un décolleté di tutto rispetto.

Inserita abilmente nel tessuto studentesco, superò gli esami di Fitoterapia e di Anatomia per i quali era richiesta memoria e non ragionamento; alle 500 pagine di Chimica generale non arrivò mai, ma furono proprio quelle le più importanti allorché, per l’occasione, propose a Mirco di studiare a casa sua dove, nel pomeriggio, sarebbero stati indisturbati.

«Proviamoci - disse Ilona appoggiando a mo’ di cozza la mano sulla spalla del compagno con un sorriso ammiccante e un’esperta scollatura - se poi non rendiamo, torniamo in biblioteca». Al farmacista in erba l’idea sembrò buona e le sessioni di studio ebbero inizio. 

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Inviato da il in NUOVI ORIZZONTI

Ci sono storie che lasciano un segno e quanto è realmente accaduto in Texas una decina di anni fa alla famiglia Beam, raccontato nel film “Miracoli dal cielo”, è un dono per noi che talvolta fatichiamo a cogliere le mille sfaccettature dell’amore che ci avvolge.

La storia: la piccola Annabel Beam ha 10 anni quando si ammala di una patologia intestinale incurabile che la costringe a vivere preda del dolore e alimentata con il sondino.

La bimba confessa alla madre di voler morire. Inaccettabile per Christi perderla, ma insopportabile anche vederla soffrire e scivolare comunque verso la fine. 

Annabel viene portata a casa perché i medici non possono più fare niente per lei ed è proprio lì che succede il fatto. 

La bimba, aiutata dalla sorella maggiore, sale su di un vecchio albero secco, un ramo si crepa e lei precipita all’interno del tronco cavo. Estratta dopo qualche ora dai pompieri, la bimba respira ancora e, portata in ospedale con l’elicottero, risulta non avere fratture, emorragie interne e nemmeno contusioni. 

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«Quando ero bambina, a Brescia i negozi che vendevano banane erano due: uno in Corso Garibaldi e l’altro in Porta Venezia. Avevano il casco appeso fuori e man mano i frutti si maturavano, li si poteva acquistare - raccontano i 90 anni di zia Marisa -

Il latte si andava a prendere in latteria consegnando la bottiglia di vetro vuota che veniva acquistata la prima volta. Idem per l’olio.

Lo zucchero si comprava sfuso in fogli di carta azzurro/blu con i quali poi si ricoprivano i libri, mentre la carta gialla di formaggi e salumi veniva usata per assorbire i grassi e poi, ridotta in pallottole, per accendere la stufa.

In casa avevamo la cucina economica con la quale ci si scaldava, si cucinava al forno o in padella e si asciugavano i panni.

I pannolini dei bimbi? Pezze triangolari di cotone che si lavavano.

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È riduttivo definirlo un romanzo; ‘La scuola degli Dei’ è una voce che ci parla dentro. "Un libro che è per sempre”, si legge all’inizio,

“una mappa, un piano di fuga il cui scopo è mostrare il percorso che un uomo comune ha seguito per sfuggire al racconto ipnotico del mondo, alla descrizione lamentosa e accusatoria dell’esistenza, per deragliare dai solchi di un destino già tracciato”.

Io l’ho assimilato a piccole dosi perché le prime pagine a tratti mi irritavano e “non si può immaginare quanto sia insopportabile la saggezza del grillo parlante per un Pinocchio, mosso da fili invisibili, che ha già deciso di restare di legno”.

Ho inoltre l’abitudine di filtrare ciò che mi arriva, qualsiasi sia la fonte, e di trattenere solo quanto sento risuonare in me. In questo caso leggevo che “il mondo è così perché tu sei così”, ma per crederci dovevo sperimentarlo.

Lunedì mattina. Una mail mi assesta un colpo che mi arriva dritto al petto. A seguire, nell’arco di un’ora, mi piovono addosso altre situazioni spiacevoli. 

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Inviato da il in PAROLE BELLE

«Da dove vieni?» chiede Renato all’uomo seduto dall’altro lato del corridoio centrale del Boeing diretto a Dacca, in Bangladesh.

«Da Aurland, la cittadina norvegese famosa per avere la galleria più lunga del mondo: quasi 25 km» risponde Daven il cui nome, per un caso o un destino annunciato, significa ‘uomo che è amato’.

«Del tunnel non sapevo, ma ho sentito parlare del pinguino brigadiere generale del vostro esercito» dice Renato.

Daven sorride: «Certo! Il nostro pinguino colonnello-in-capo; al momento abbiamo Sir Nils Olav III». L’uomo racconta di essere un ricercatore: «Il 98% dell’energia che consumiamo in Norvegia - afferma - è rinnovabile e il nostro obiettivo è diventare carbon neutral entro il 2030».

«Per coerenza potreste però evitare di arricchirvi esportando il vostro petrolio e il gas» commenta Renato.

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Ogni giorno incontriamo insetti di vario tipo, alcuni dei quali ci arrivano proprio addosso; se ci si posa sul dito una coccinella, ci sentiamo leggeri quasi fosse una gentilezza ricevuta, ma una mosca che prende di mira il nostro naso è fastidiosa come un ricordo che ci disturba.

Se siamo tormentati da un pensiero ricorrente, ci grattiamo di continuo punti da una zanzara, ma se dentro di noi ospitiamo un dolore antico o una rabbia ostinata, quella sarà una zecca il cui rostro, penetrata la cute, è entrato in profondità per succhiarci sangue e sorrisi.

La differenza la fa l’insetto o la nostra reazione al suo contatto?

Margherita, quando ha un tormentone che la assedia, insorge con un «Sono stufa di star male, basta!» E si scrolla di dosso il problema.

Luca, invece, i fastidi li rimugina per giorni, mesi, anni, incapace di sganciarli. L’una può affrancarsi dalle seccature perché le vede disgiunte da sé, l’altro diventa un tutt’uno con ciò che lo molesta.

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C’è un episodio della vita di Enrico, che ancora torna a trovarmi ogni volta che mi imbatto nei confini mentali che ci autocostruiamo; sarà per via di questi orizzonti talvolta limitati, mi chiedo, che non entriamo, come Enrico, in un’agenzia immobiliare per dichiarare che ci occorre una casa grande, preferibilmente isolata e con molto verde, bella o brutta non importa, ma soprattutto che non costi niente? 

Andò proprio così e, quel giorno, la reazione dell’agente alla richiesta del mio amico fu immediata: «Come, che non costi niente?»

«Certo! Ho venduto una fattoria in Germania e me la pagheranno a rate negli anni quindi non ho soldi, ma la casa mi serve subito» rispose Enrico. 

L’immobiliarista non vedeva soluzione, ma Enrico lo aiutò: «Non è così difficile, calcola che per me va bene anche una stazione ferroviaria abbandonata, o una vecchia scuola, un ufficio postale, un convento…».

Alla parola ‘convento’ il tipo si infervorò: «Ce n’è uno a venti chilometri da qui, ci abita solo un padre guardiano, ma lo stabile non è in buono stato» disse.

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Fa ancora freddo stamattina in Vaghezza, mentre i primi raggi del nuovo giorno raggiungono chiome e tronchi fra cori festosi di uccellini e scoiattoli furbissimi.

L’uomo che calpesta il sottobosco ha lo sguardo profondo del cerbiatto e la barba morbida del muschio che ricopre il lato nord dei tronchi.

I suoi pensieri riempiono l'aria, ma lui non lo sa; se solo sospettasse di essere percepito, zittirebbe la mente all’istante. Cammina, Fabio. Il suo incedere è preciso, come se nemmeno un passo fosse lasciato al caso. Si guarda attorno.

Nel bosco lui non sente la solitudine che prova a casa, perché gli alberi lo cingono in un abbraccio fraterno.

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Ha un paio di mutande tristi la donna che fa autostop sulla provinciale; me ne accorgo quando la faccio salire in auto perché i jeans che indossa sono così sformati da lasciarle scoperto metà sedere.

I grandi occhi azzurri, distanti fra loro, sembrano aver tirato il suo viso, le labbra rosse e gonfie, identiche nel colore ai capelli, si muovono di continuo. Lo sguardo, un tormento.

Sale prendendo velocemente posto al mio fianco. Si volta verso di me, non mi dice per dove le serva il passaggio come se la sua urgenza fosse un’altra. Subito chiede: «Hai una sigaretta?» e, prima ancora che io apra bocca, aggiunge «Che poi non fumo, sai?»

Le rispondo che non ne ho.

«Devo andare al Crociale di Manerba» dice.

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È la pugnalata, quella che ti fa male, quando ti fidi di qualcuno e questo qualcuno ti ferisce servendosi dell’inganno. Tu lo stai aiutando, lo stai addirittura salvando e lui utilizza questo suo star meglio per affondarti un pugnale nel petto. 

Chi vince? Sembra vittorioso chi pensa di farla franca, ma è solo il rimando apparente del mondo grossolano. Il vero vincente, in realtà, è chi subisce l’oltraggio. 

Roma. Sotto l’arco dei Cenci due ragazzi stanno litigando furiosamente. Siamo alle battute finali. Un giovane è a terra e l’altro, sopra di lui, sta per affondargli il pugnale nel petto. Lo ‘sdraiato’, da quella prospettiva, vede la Madonna con il Bambino dipinta sul poderoso arco incastonato fra i palazzi.

La visione sprigiona in lui parole inaspettate: “Ti prego - implora - in nome della Madonna, non uccidermi”. Sbalordito l’avversario si blocca, lascia cadere a terra l’arma e si china sul ragazzo per abbracciarlo ma costui, afferrato il coltello, proditoriamente lo ammazza. 

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Inviato da il in NUOVI ORIZZONTI

Agosto 2016. Un amico che non sentivo da anni pronunciò una parola che non aveva nulla a che vedere con il camminare, ma che fece scattare in me un inconsulto imperativo: “Vai a calpestare un pezzo di Via Francigena”.

Non avevo mai intrapreso cammini, ma sette giorni dopo partii. Sbagliando scarpe e zaino, ovviamente.

Pensavo che la difficoltà del cammino fosse lo sforzo fisico dei chilometri. No. Il problema non è la fatica, ma il dolore ai piedi, alla schiena, alle spalle e ai fianchi.

Eppure si può avanzare con una tenaglia negli scarponcini che ti stritola le dita e decidere di portare l’attenzione sulla bellezza del paesaggio, come quando si soffre per una ferita che ancora sanguina, ma si alza lo sguardo per contemplare un gabbiano e il suo insegnarci a ‘volare alto’. 

Poi c’è lo zaino che, se contiene inutili zavorre, rende gravoso il procedere.

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Quanto non era all’estero, l’avvocato bazzicava con il suo macchinone sul lago di Garda per via di certi affari che seguiva con attenzione maniacale.

Immacolata camicia bianca, fisico asciutto e piglio serio, aveva il fascino del bel tipo sicuro di sé, la classe di un milord inglese e la profondità filosofica di discorsi mai banali.

Carla sul grande lago c’era nata 55 inverni prima e ora, con un divorzio alle spalle, i figli all’estero e un generoso conto in banca, sopravviveva alla noia grazie a shopping e bignè. Fino all’incontro con l’avvocato.

Fu per entrambi un colpo di fulmine. Immediata scattò la frequentazione che passò da romantiche cene a bordo lago, a colazioni con vassoi di bignè, da gite al Vittoriale, a soffusi racconti di lui sull’infanzia disagiata trascorsa in una casetta fuori dal mondo.

Quando l’uomo partiva per lavoro, le coccole da Montecarlo, come da Ginevra, viaggiavano via messaggio fino al suo ritorno, mai a mani vuote.

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“L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.

Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. 

Nel leggere questo scritto di Calvino, il racconto di un’amica mi scorre dentro, insieme all’acquamarina del suo sguardo: «Succedeva 15 anni fa mentre stavo traslocando - racconta - per andata ad abitare sulle colline vicino a un grande carpino.

Non era solo per avvicinarmi all’albero che mi spostavo, sai? In verità speravo che, abitando lassù, la mia vita, seppur con gli stessi attori, sarebbe cambiata.

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