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Il blog felice
Der Blog vom Glück
The happy blog

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Arriva e basta. Non ti chiede il permesso. La giornata luccica, il lago è uno specchio di diamanti polverizzati. Eppure lei, la paura, è più forte di tutta questa bellezza. Ti raggiunge. Ti stringe nella sua morsa.

È una vertigine senza nome che ti trascina giù, un peso sordo sul petto. Fuori tutto luccica, dentro qualcosa trema. È un tarlo. Ti spaventa. Ti consuma facendoti sentire piccolo, fragile, spaventosamente solo.

Ma oggi è il giorno. Hai deciso: non scappi. La affronti, la paura, perché hai compreso che può condizionarti solo finché non ti fermi per incontrarla. Eccola. Quel momento tanto temuto è arrivato. Lei è davanti a te. Cruda. Immobile. Beffarda.

La osservi: «Cosa vuoi da me?» le chiedi.

Non risponde subito. Un silenzio solenne incombe, riempiendosi di echi e abissi di antiche memorie. I suoi lembi d’ombra sfiorano lo specchio d’acqua. Per anni hai creduto che il suo scopo fosse paralizzarti.

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C’è un istante sospeso, nel confine incerto tra il declino della notte e il primo urlo dell’alba, in cui il mondo sembra perdere ogni colore artificiale.

Rudolf Steiner lo aveva visto già nel 1914 quando, confrontandosi con la saggista tedesca Adelheit Petersen, descriveva un tempo in cui l’architettura delle nostre certezze si sarebbe sbriciolata come gesso vecchio.

«Quando tutto quello un giorno sarà finito, allora tutto sarà così completamente diverso che non mi capireste se volessi descrivervi come sarà» affermava.

Steiner parlava di noi. Oggi. Noi figli di questo «diverso», viandanti tra le macerie di un'epoca che per secoli ha imbiancato a calce le proprie ferite, le istituzioni e gli amori stanchi. Ma il fondatore dell'antroposofia ci avverte:

«L’umanità è entrata in una fase del suo sviluppo dove il male e la menzogna devono diventare visibili. Tutta l’imbiancatura che nasconde le condizioni di vita - dice - cadrà».

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Io, quando parlo di Nicolò, mi emoziono. Sì perché un ragazzo di trent’anni che già da sette, con la sua organizzazione no profit «Still I Rise», sta rivoluzionando il mondo della scuola, è un angelo in missione, e gli angeli vanno riconosciuti, sostenuti, onorati.

Sono uomini e donne simili a noi, gli angeli umani; hanno anche loro scatti di rabbia e tonfi di delusione, ma il loro cuore batte imperterriti rintocchi di amore sconfinato.

E quando ami così, ami a prescindere dall’affetto personale che ti lega ad amici e parenti. Di quello siamo capaci tutti, più o meno.

L’Amore, quello con la «a» maiuscola, è incondizionato e raggiunge chiunque incroci la tua strada perché non percepisci distanza né differenza alcuna fra te e gli altri. Sei nel Tutto, nell’Uno «e dove l'anima è Uno - afferma Meister Eckhart - lì è Dio».

Eppure Nicolò di Dio non parla mai, probabilmente perché è in collegamento diretto, afferma suo nonno seduto al mio fianco alla proiezione del DocuFilm sulla vita di Nicolò «School of life» a Cremona. 

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L’uomo folle escogitava modi originali per sorprendere i compaesani con le sue parole. Un giorno, al megafono, trattò il non senso del vivere «sotto l’incalzare degli obblighi, impegnati a sommergere le nostre bassezze nella menzogna e nell’opportunismo.

Tutto ciò fa sì che i pochi attimi di gioia, il più delle volte, soddisfino soltanto il nostro egoismo. Ecco perché l’uomo ha bisogno dell’Amore.

Senza amore l’uomo muore prima perché non riconosce più il bene e finisce per identificare il male con il dolore e il bene con il piacere, stravolgendo il senso della vita e camminando verso l’autodistruzione».

Poi l’uomo folle spariva ben sapendo che «per ognuno c'è un tempo per ogni cosa».

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«Giù le mani da mio figlio!» gridò l’anziana in zoppicante avvicinamento. «Scusi, signora, non volevo». Ritrassi subito le dita dal piedino che avevo incautamente accarezzato.

«Non volevo un corno, ma le sembra?» urlò la donna sovrastando il sommesso brulichio della sala. «Che maleducata!»

Indietreggiai di un passo: «Guardi che proprio non intendev…»

Si rabbuiò: «Non bevevo un corno! Qui nessuno le dà da bere!» sbraitò raggiungendomi e prendendo frettolosamente in braccio il piccolo. Lo osservò attentamente per accertarsi che fosse tutto a posto, poi mi guardò con aria di sfida: «E allora: l’ha capita?»

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