C’è un istante sospeso, nel confine incerto tra il declino della notte e il primo urlo dell’alba, in cui il mondo sembra perdere ogni colore artificiale.
Rudolf Steiner lo aveva visto già nel 1914 quando, confrontandosi con la saggista tedesca Adelheit Petersen, descriveva un tempo in cui l’architettura delle nostre certezze si sarebbe sbriciolata come gesso vecchio.
«Quando tutto quello un giorno sarà finito, allora tutto sarà così completamente diverso che non mi capireste se volessi descrivervi come sarà» affermava.
Steiner parlava di noi. Oggi. Noi figli di questo «diverso», viandanti tra le macerie di un'epoca che per secoli ha imbiancato a calce le proprie ferite, le istituzioni e gli amori stanchi. Ma il fondatore dell'antroposofia ci avverte:
«L’umanità è entrata in una fase del suo sviluppo dove il male e la menzogna devono diventare visibili. Tutta l’imbiancatura che nasconde le condizioni di vita - dice - cadrà».
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